Chi siamo
Api che brillano.
Chi siamo
Il nostro alveare in costruzione
Un perché condiviso: allinare le persone alla loro vocazione perché siano libere di dare il proprio contributo al mondo.
Valentina
- Filosofia
- Ricerca
- Comportamento umano
- COO
Voglio capire le ragioni profonde delle persone per aiutarle a vivere la loro vita in modo pieno.
Ho vissuto in molti posti. Ho cambiato città, paese, continente. E ogni volta ho ricominciato: non da zero, ma da me. Che tipo di possibilità mi dà questo nuovo posto? Chi posso diventare?
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In tutti quegli spostamenti ho imparato una cosa: il contesto in cui viviamo ci plasma più di quanto pensiamo. Le persone con cui scegliamo di stare, le domande che ci permettiamo di fare, l’ambiente che costruiamo intorno a noi. Tutto questo ha un peso enorme su chi diventiamo. E a volte, senza accorgercene, ci porta su strade che non sono nostre.
Ho studiato filosofia. Ho lavorato per anni a capire cosa muove le persone: nelle scelte quotidiane, nei consumi. Il mio lavoro è sempre stato lo stesso, anche quando cambiava il titolo e il settore: decodificare l’animo umano. Il mio e quello degli altri.
Per molto tempo ho cercato di capire chi avesse ragione, quale fosse la cosa giusta in assoluto. Poi ho smesso. La domanda da porsi non è “chi ha ragione”, ma: “stai facendo scelte che siano davvero tue?” Ho attraversato momenti in cui non ero sicura della risposta. Uscirne mi ha insegnato cosa significa vivere in allineamento con i propri valori: non quelli che ti aspetti di avere, quelli che hai davvero.
È da lì che viene il mio posto in Shining Bees.
Ho capito che il mio posto era aiutare gli altri a trovare il loro.
Giulia
- Visione
- Entusiasmo
- Strategia
- Progetti ambiziosi
Per anni ho creduto che valessi per quanto riuscivo a fare. Poi ho cambiato unità di misura.
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Ho capito che siamo piccoli, di fronte alla vita — e che è una buona notizia: toglie un po’ di pressione e lascia spazio alla meraviglia. Da lì ho imparato ad ascoltare davvero, a guardare le persone per i talenti che hanno, anche quelli che ancora non sanno di avere.
Ho scoperto che ricominciare si può, sempre. E che la gratitudine sta bene anche sulle cose storte, non solo su quelle riuscite.
In tutto questo sono rimasta me stessa: fantasiosa, un’eterna adolescente convinta che tutto sia possibile. Credo nei progetti ambiziosi e ci credo con entusiasmo — quello vero, quello che accende le cose e fa venir voglia agli altri di metterci le mani insieme a te.
Il senso di tutto mi resta un mistero, e ho smesso di volerlo risolvere. Preferisco prenderla come un gioco a livelli: ogni ostacolo è una prova, non una sentenza.
E una cosa che amo di me: faccio il tifo per gli altri. Anche quando a me non gira benissimo, voglio vedere le persone intorno a me brillare. È il mio modo di stare al mondo — e, in fondo, è anche così che ho trovato la mia luce.
Francesca
- Scrittura
- Comunicazione
- Educazione
- Storia
Voglio aiutare le persone a capirsi per avere un mondo più giusto.
A trent’anni mi avviavo a diventare un’impiegata di alto livello con discrete possibilità di carriera in un’azienda prestigiosa dal nome altisonante, conosciuta in tutto il mondo. Quando dicevo “Lavoro per…”, le persone sgranavano gli occhi e restavano a bocca aperta.
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Mi sentivo galvanizzata. Io e il mio compagno ci muovevamo tra la casa in affitto a Bologna, e ritorni temporanei al sud, dalle famiglie, in estate e a gennaio, dopo il Natale, per risparmiare sui voli. Il venerdì si faceva aperitivo con gli amici in centro, qualche weekend si passava fuori porta, quando non eravamo troppo stanchi. Ogni tanto un viaggetto in una grande città europea, in bassa stagione perché io ero precaria e lui part time, tanto per dirci che ci eravamo stati anche noi. Il pensiero, rarefatto, di un figlio e delle difficoltà nell’affrontare ciò che ne sarebbe venuto completamente da soli.
E poi la chiamata all’avventura. Prima mio padre, poi sua madre. Mio padre non ci diede il tempo di preoccuparci per bene, se ne andò un sabato mentre io atterravo a Catania, un biglietto aereo fatto la mattina stessa che mi costò molto caro. Mia suocera resisteva, a più di mille km di distanza.
Quando mi proposero di passare al tempo indeterminato, l’agognato traguardo di una vita, mi sentii morire. “È questa la vita che vuoi fare per sempre?” mi chiesi, e la risposta era un secco e deciso “No”. Niente è mai stato così preciso e definito come quel no. Anche se non lo comprendevo, ne percepivo la forza, sentivo l’impossibilità di oppormi. Feci la stessa domanda al mio compagno, ottenendo la stessa risposta.
In un anno organizzammo il trasloco interregionale, dall’Emilia alla Sicilia, convinti che la fortuna ci avrebbe assistiti, in qualche modo.
Ci abbiamo messo sei anni a trovare una dimensione, arrivata giusto qualche mese prima di perdere, in pochissimo tempo, entrambe le nostre mamme. Questo secondo distacco, però, fu meno traumatico del primo perché, finalmente, entrambi avevamo trovato la nostra vocazione. Quando sai per cosa vivi, ciò che accade intorno a te, per quanto doloroso e tagliente, non può cambiarti.
Il covid mi ha salvato la vita, imponendomi di trasformare totalmente il modo in cui me la raccontavo. Ho ricevuto la prima convocazione per lavorare come collaboratrice scolastica in una scuola nel 2020 e ho accettato subito. Al tempo stavo provando ad avviare la mia attività artigianale, che durante il lockdown era fiorita, ma stentavo a stare dietro agli ordini. La chiamata mi salvò dallo stress e dal lavoro che era arrivato a occupare 10-12 ore della mia giornata, essendo io l’unica a occuparmi di tutto, dalla produzione alla promozione alla vendita e spedizione. Fui grata per la nuova opportunità, ma lo scontro con la realtà fu devastante. Guardata dall’alto in basso, giudicata e pre-giudicata ignorante, analfabeta, e quindi inutile, in quanto bidella. Farei torto alla verità se dicessi che non è più così, le cose stanno cambiando ma a rilento. Io, che venivo dall’ufficio, dal mondo dei colletti bianchi, dovevo stare zitta e lavare i cessi, come qualcuno non perdeva occasione di ricordarmi. Ma più mi inoltravo in quella foresta sconosciuta che era per me la scuola, tra i “ma come, sei laureata?” e i “Ma come, fai la bidella?”, più mi trovavo di fronte sfide complesse, rapporti personali difficili e incomunicabilità. Mi perdevo tra esplosioni di pianto e nervosismo, ma più mi perdevo, più mi ritrovavo. Il lavoro mi permetteva di dedicare moltissimo tempo alla lettura, mi ha spinto a ricominciare a guidare, cosa che avevo smesso di fare dopo la morte di mio padre. Ho perso quei dieci chili che non riuscivo a perdere da vent’anni, semplicemente facendo il mio lavoro e senza sforzi o rinunce. Ma ho capito la differenza tra l’orgoglio e la vanità. La vanità è preoccuparsi di ciò che pensano gli altri, l’orgoglio è essere fieri di ciò che sei. E ciò che sono mi si dispiegò davanti agli occhi lentamente, lasciandosi conoscere e addomesticare. Capii che ogni cosa che avevo vissuto era un tassello fondamentale per giungere al punto in cui sono ora: perfettamente allineata alla mia vocazione, al mio perché, in grado di vivere con umanità, coraggio, verità, libertà, sentendomi orgogliosamente unica. Giulia mi ha parlato di Shining Bees prima che l’avventura scolastica avesse inizio, ne abbiamo parlato e parlato ancora, finché abbiamo deciso, insieme a Valentina, di fare un lavoro su di noi, come persone e come team, e trovare il nostro perché, il significato che la vita ha per noi in questo momento. Il mio è aiutare le persone a capirsi, nel doppio senso di capire se stessi e gli altri, per avere un mondo più giusto. Credo che sia necessaria un’educazione alla comunicazione, con se stessi e con gli altri, che manca proprio nella scuola. Ci preoccupiamo di formare i team all’interno di un’azienda, quando potremmo evitarlo iniziando dai piccolissimi.
Una volta compreso e visto il mio perché, non ho mai smesso di svegliarmi felice. Non aspetto più il weekend o le feste comandate per non andare al lavoro, anzi, adoro il lunedì, perché significa che avrò un’altra bella settimana per, che so, pensare al mio romanzo mentre lavo i pavimenti. O avere l’idea giusta per un podcast mentre faccio delle fotocopie. Questo è il lavoro che mi serviva, era necessario, per arrivare a realizzare la mia vocazione, che pratico attraverso la scrittura. Non conta la pubblicazione, conta la possibilità, che nessuno potrà mai togliermi, di pensare, strutturare, e raccontare delle storie.
L'alveare è in costruzione.
Stiamo aggiungendo cella dopo cella. Se vuoi saperne di più scrivici.
gpascuzzi@shiningbees.com